No Mafia
  • La vita è missione, il dovere la sua legge suprema (Giuseppe Mazzini)
    Lui era uno di quelli che quando non ci sono più lo senti (Alessandro Baricco) Dedicato a Mauro Rostagno.
    A cura di Rino Giacalone
  • 24.1.13
    Nel 1983 alcuni studenti furono sospesi per avere visitato la camera ardente, tra questi nomi oggi eccellenti nella lotta contro Cosa nostra, come il dirigente di Polizia Giuseppe Linares. 

    pm Ciaccio Montalto
    Chi sono oggi i più importanti complici della mafia? Coloro i quali sminuiscono non solo il fenomeno ma mostrano, e diffondono, ad ogni piè sospinto incredulità rispetto a quello che emerge da indagini, sentenze. Forse alcuni lo fanno “a loro insaputa”, non sanno che così facendo aiutano Cosa nostra, ma c’è chi agisce in questa maniera avendo piena consapevolezza del proprio comportamento e delle conseguenze. Questo avviene in questi giorni ancora una volta. Mentre c’è chi spiega perché 30 anni addietro fu ucciso il sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto, ecco che una vocina dalle retrovie nemmeno tanta a bassa voce dice che non può esserci nulla di vero in quello che si ascolta. E cosa si stava ascoltando? Si stava sentendo un giudice, il dott. Piero Grillo, che ripercorrendo la storia di quel collega, del quale era stato uditore ad inizio di carriera, con alcuni interlocutori un giorno nell’aula bunker del Palazzo di Giustizia di Trapani, ricordò che la mafia subì come uno sgarbo la decisione del magistrato di colpire con una contestazione di reato alcuni boss detenuti nel carcere di San Giuliano che qualche giorno prima avevano deciso di punire una guardia penitenziaria che con loro era stato severa (applicando alla lettera il regolamento, non certo compiendo un qualche abuso) facendo un gavettone. Possibile che per questo si uccida poi un pm? Certamente non era solo per questo, Ciaccio Montalto fu ammazzato il 25 gennaio del 1983 per una “summa” di azioni che se definite avrebbero dato un duro colpo all’organizzazione mafiosa trapanese Trapani, ma quello che accadde dentro al carcere di San Giuliano non era per l’epoca qualcosa di normale. Non era normale che un magistrato si interessasse della sfera di potere che si era creata dentro al carcere, erano quelli anni in cui la normalità era altra e cioè che dentro le carceri comandavano i mafiosi ed era anche possibile che si potessero svolgere dei summit con mafiosi liberi che entravano, incontravano i loro capi in cella e andavano via. Allora si capisce bene che Ciaccio Montalto non fu ammazzato per avere punito un detenuto mafioso reo di avere fatto un gavettone, ma perché aveva deciso di mettere sotto scacco la mafia trapanese.

    Gisella Mammo Zagarella
    C’è un filo comune denominatore tra quegli anni e quelli di oggi? Certo che c’è, la mafia continua ad esserci e la società civile continua a mantenere riserve. Molte cose sono cambiate comunque, oggi esistono vivacità importanti, la mafia la si combatte anche con l’arte come dimostra il progetto Ferus che decollerà domani, giorno del 30° anniversario del delitto di Ciaccio Montalto, dentro al Palazzo di Giustizia di Trapani, con una manifestazione condotta a due mani, dall’Anm e dall’associazione “50 metri”, “con l’arte si combatte la mafia”: “Per un giorno – dice Alessandra Camassa, presidente di sezione del Tribunale di Trapani – porteremo le cose belle del territorio dentro il Palazzo di Giustizia facendo uscire fuori le cose brutte che qui ogni giorno si affrontano”; la mafia la si combatte a scuola come spiega Gisella Mammo Zagarella referente del presidio di Trapani di Libera, l’associazione promuove sempre per domani 25 gennaio 2013 un incontro presso la scuola media che porta il nome del magistrato assassinato 30 anni addietro, alla presenza di magistrati, giornalisti, docenti, gli stessi familiari del pm assassinato per ordine dei boss Totò Riina e Mariano Agate.

    Mafia e scuola. Il 26 gennaio 1983 un gruppo di studenti del Liceo Classico Ximenes di Trapani fu sospeso dal preside perché aveva disertato la prima ora di lezione per rendere omaggio alla camera ardente del magistrato ucciso. Nel 1983 il Tribunale di Trapani non era ancora nella sua attuale sede, nel “palazzone” di via XXX Gennaio, tra il porto e i palazzi del potere, Prefettura, Questura, Provincia e Comune, era in pieno centro storico, in una stretta viuzza che collegava la via Libertà al Corso Vittorio Emanuele, la “loggia” la chiamano a Trapani, la via delle passeggiate perché interamente pedonale, la strada dello “struscio” si dice oggi. Una sede angusta, un ex convento collegato ad una chiesa e a un magnifico chiostro. Parte dell’immobile è usato da anni come sede di uffici giudiziari, un’altra parte è la sede del Liceo Classico “Leonardo Ximenes”. Il 26 gennaio del 1983 c’è confusione davanti quel Palazzo di Giustizia. La strada è piena di gente, un via vai incessante, sono professionisti, avvocati, magistrati e giudici che fanno capannello all’ingresso, ci sono anche agenti, poliziotti, carabinieri. Gli studenti del vicino Liceo si avvicinano, capiscono l’accaduto, colgono la gravità. A Palazzo di Giustizia c’è già allestita la camera ardente dedicata al magistrato, un gruppo di studenti del Liceo Classico chiedono di potere rendere omaggio a quella vittima della criminalità. Dice di no il preside del Liceo Classico, prof. Marrocco, uno di quelli che aveva vestito la divisa fascista e che tale era rimasto, consigliere comunale dell’Msi per tanti anni, si oppone agli studenti, perentoriamente li invita a non disertare l’inizio delle lezioni, qualche professore a malincuore cerca di convincere quei giovani. Non sono studenti destinati a restare persone qualsiasi della città, sono giovani che diventeranno professionisti, investigatori, insegnanti, sceglieranno l’impegno sociale negli anni a venire forse anche perché toccati da quell’evento. Uno di questi testimoni è Giuseppe Linares, oggi primo dirigente della Polizia di Stato, per quasi 15 anni capo della Squadra Mobile di Trapani, oggi guida la divisione anticrimine della Questura di Trapani. “Ricordo – dice – che eravamo sgomenti davanti a quel delitto, un giudice ucciso nella nostra città era un fatto che ci sconvolgeva, non si parlava di mafia, erano i tempi in cui questa parola non girava a scuola e anche fuori dalla scuola, ma nonostante nessuno lo etichettasse come delitto di mafia eravamo ugualmente impietriti, come purtroppo accadde a noi stessi e ad altri dinanzi ad altri fatti altrettanto efferati compiuti negli anni a seguire, capivamo però che quell’omicidio toccava tutti. La reazione del preside fu quella come di qualcuno che voleva dirci che il fatto criminale era estraneo, doveva vederci estranei, non ci riguardava, e invece non poteva essere così e non fu così, e un gruppo di noi chiese un’assemblea, andammo alla camera ardente”. Con Giuseppe Linares c’era anche Attilio Brucato un altro giovane che ha fatto carriera nella Polizia di Stato, è stato capo della Squadra Mobile ad Agrigento. Anche lui allora fece parte di quel gruppo di studenti che non vollero restare impassibili. A loro finì bene, altri loro colleghi vennero sospesi. A raccontare quest’altra parte della storia la oggi professoressa Sabrina Rocca: “Nonostante ci fosse stato detto di entrare io con Roberto Costanza, Vincenzo Scontrino, Rosalia Cizio, Valerio Cirino – ricorda – decidemmo di saltare la prima ora per recarci alla vicina camera ardente, poi tornammo indietro di quei pochi metri che dividevano l’ingresso del Tribunale da quello del nostro Liceo Classico e entrammo in classe alla seconda ora. Fummo accolti da un preside fuori di se, che rivolto al rappresentante di classe, che era Roberto Costanza, gli chiese “tu ti senti più onesto del tuo preside per avere fatto questa cosa?” e lui di risposta gli disse “si”, il risultato fummo sospesi tutti per tre giorni, completammo il ciclo di studi superiori portandoci sino alla maturità il sette in condotta”.

    In questo scenario non si può poi non ricordare che a quel tempo c’era un sindaco, Erasmo Garuccio, Dc, che non tardò a dire, perché l’omicidio era stato compiuto a Valderice, che Trapani con quell’omicidio non c’entrava nulla. Garuccio era sindaco ancora nel 1985 quando ci fu l’orrenda strage mafiosa di Pizzolungo e in quella occasione andò anche oltre, “la mafia non esiste” ebbe a dire dinanzi ai corpi straziati di una donna e dei suoi due figlioletti, uccisi dal tritolo destinato al pm Carlo Palermo, morirono invece Barbara Rizzo Asta ed i suoi due gemellini di sei anni, Salvatore e Giuseppe, fecero da scudo a quel magistrato rendendogli salva la sua vita.

    Sono passati 30 anni dall’omicidio di Gian Giacomo Ciaccio Montalto ma è come se fosse stato commesso appena ieri. Gli scenari non sono cambiati. La presenza della mafia sebbene certificata da indagini e sentenze ancora oggi si mette in dubbio, più che mai quando le indagini toccato colletti bianchi, politici, burocrati che sono poi i complici più importanti che garantiscono la latitanza oramai ventennale del capo mafia sanguinario e assassino, mentre stragista, Matteo Messina Denaro. Qui a Trapani mafia e massoneria sono spesso la stessa cosa, dividono le stesse anticamere se non le stesse stanze. Ciaccio Montalto aveva scoperto che tra la Toscana e l’Emilia Romagna in quegli anni ’80 mafia e massoneria erano assieme, dentro aziende importanti, Licio Gelli e Giacomo Riina, classe 198, zio di Totò, addirittura si incontravano, e Ciaccio Montalto fece arrestare Giacomo Riina che trafficava in droga e armi con la Turchia. Eppure di tutto questo se ne parlava poco in giro, di queste indagini, delle speculazioni edilizie che Ciaccio Montalto andava scovando una per una. E ad ogni accertamento a casa di Ciaccio Montalto arrivava puntuale la minacciosa telefonata che annunciava che il giudice sarebbe stato presto ucciso. Ma quando alla Camera dei Deputati Leonardo Sciascia intervenne puntato il dito contro il Governo per avere lasciato solo il magistrato, il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni ebbe a dire che il governo non sapeva nulla di quelle minacce.

    C’è una intervista “sepolta” tra le carte dell’archivio de “I Siciliani” di Pippo Fava. E’ firmata da Lillo Venezia. Contiene le parole del giudice istruttore Rocco Chinnici dedicate al suo collega Ciaccio Montalto. Fu pubblicata su “I Siciliani” nel marzo del 1983 a poche settimane dal delitto del giudice trapanese Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Giudice Chinnici, la mafia ha colpito ancora una volta e sempre con l'identica ferocia, un altro magistrato, Ciaccio Montalto, un magistrato che da anni era in prima linea nella zona di fuoco di Trapani, per la quale passa buona parte del contrabbando di droga. Era un giudice che sapeva di poter essere assassinato. Perché allora si è fatto cogliere solo e indifeso? Anche Terranova e Costa vennero colti soli e indifesi, ma erano altri tempi. Sono trascorsi due anni ma è come se fossero trascorsi due secoli. Perché Ciaccio Montalto si è fatto cogliere così indifeso? «E' una domanda difficile. Io opero in una sede giudiziaria diversa e quindi anche in un contesto diverso. Per quanto riguarda la protezione fisica del magistrato posso dirle che negli ultimi tempi a Palermo sono stati compiuti notevoli progressi: ci sono diverse auto blindate a disposizione, e sono anche molti gli uomini disponibili per la scorta armata. Comunque sufficienti. E' difficile oggi ammazzare un giudice a Palermo, o comunque ucciderlo come è stato ucciso Ciaccio Montalto. Per quanto io sappia anche a Trapani ci dovrebbe essere un'auto blindata a disposizione dei magistrati. Si tratta ora di capire perché non venne utilizzata».

    Il giudice Ciaccio Montalto è stato ucciso prima ancora di potere concludere delle indagini decisive sul contrabbando della droga, cioè di avere elementi decisivi che si sarebbe portato appresso nella sua nuova sede di Firenze. Quale è stata la reazione dei giudici del trapanese: rassegnazione, collera, impotenza, paura? «Paura e rassegnazione mai. Dalla morte del loro collega i giudici di Trapani hanno tratto motivo umano e morale per continuare, anzi per accanirsi maggiormente nella lotta e proseguire le indagini in tutte le direzioni. La reazione a Trapani è stata la stessa che ha praticamente esaltato i giudici di Palermo dopo le ultime terrificanti imprese della mafia nella capitale. Questo è un messaggio onesto e chiaro e cosciente che posso lanciare alla mafia: Noi giudici siciliani non ci arrenderemo mai. Non avremo mai rassegnazione o paura. Per ognuno che cade ce ne sono altri dieci disposti a proseguire con maggiore impegno, coraggio, determinazione».

    A parte l'auto blindata, resta il fatto che il giudice assassinato era solo, senza scorta. «Spesso accade che un giudice, da solo, abbia più mobilità, più possibilità quindi di sfuggire a un agguato. Ma queste sono ipotesi. Io conoscevo Ciaccio Montalto per il suo coraggio e soprattutto per l'impegno che egli poneva contro la criminalità politica. Per lui non solo il terrorismo, ma anche la mafia era criminalità politica. Ebbi occasione di discutere questo aspetto del nostro lavoro pochi giorni prima che fosse assassinato, proprio al convegno di coordinamento fra magistrati impegnati in questo tipo di lotta. Ed era soprattutto un magistrato il quale credeva in una profonda riforma dei metodi di lotta alla mafia. Era convinto che uno strumento essenziale di lotta alla mafia fosse la cosiddetta legge La Torre. La mafia ne avrebbe subito un colpo mortale».

    Un giudice, Ciaccio Montalto, che voleva anticipare i tempi, ci stava riuscendo, altri magistrati dopo di lui hanno continuato. Ciaccio Montalto aveva capito che bisognava arrestare i boss ma anche aggredire i patrimoni e incrinare sollecitando le collaborazioni il muro dell’omertà. Indagando era arrivato a santuari incredibili, anche a quelli che avevano come compito di corrompere i giudici per fermare i lavori investigativi. E Ciaccio Montalto sapeva i rischi che correva e oggi sua figlia Marene che aveva 12 anni quando le fu ucciso il padre, confida che forse il padre aveva deciso apposta di andare a vivere da solo nella sua casa a Valderice, una decisione che a poche ore dalla sua morte fu spacciata come conseguenza di una crisi familiare e le prime indagini sulla sua morte scattarono avendo come movente la vendetta per una relazione extraconiugale. Non la mafia. Il classico mascariamento immediatamente si presentò e per anni il delitto di Ciaccio Montalto rimase nell’oblìo. Oggi per fortuna non è più cosi. Per tanti ma non per tutti ancora. E Cosa nostra ringrazia. Sfogliate le pagine dei rapporti di indagine firmati dal pm Ciaccio Montalto e troverete nomi oggi ancora presenti nel panorama criminale. Qualcuno ha anche fatto carriera. E chissà che non faccia parte del tam tam che ancora gira in città sul perché fu ucciso Ciaccio Montalto e qualcuno dice di non credere al gavettone e a tutto il resto come causa del delitto.


    È presente 1 commento

    Anonimo ha detto...

    mi vergogno di essere siciliano

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