No Mafia
  • La vita è missione, il dovere la sua legge suprema (Giuseppe Mazzini)
    Lui era uno di quelli che quando non ci sono più lo senti (Alessandro Baricco) Dedicato a Mauro Rostagno.
    A cura di Rino Giacalone
  • 24.12.12
    Il 23 dicembre 1995 la mafia uccideva l’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, un morto che doveva essere il “regalo di Natale” ai boss del 41 bis 

    Giuseppe Montalto
    Liliana Riccobene la vedova di Giuseppe Montalto ha preferito stare seduta in fondo all’aula bunker di Trapani dove il 21 dicembre scorso Libera ha voluto ricordare il sacrificio di un uomo giusto, un servitore dello Stato. Giuseppe Montalto era un agente di polizia penitenziaria, aveva 30 anni quando fu ucciso, esattamente 17 anni addietro, la sera del 23 dicembre, antivigilia di Natale. Aveva lavorato a Torino, poi aveva ottenuto il trasferimento in Sicilia, a Palermo, lavorava all’Ucciardone, nel IX braccio quello dove stavano reclusi i detenuti al 41 bis. Nomi “eccellenti” quelli dei detenuti in quella sezione, come Pippo Calò, il “cassiere” della mafia siciliana, il boss che costituiva il trait d’union tra Cosa nostra e la criminalità laziale, con la banda della Magliana, Calò l’uomo delle stragi come quella del 1984 contro il treno 904. Anche quello fu un atto criminale, un eccidio, compiuto il 23 dicembre, un altro Natale macchiato di sangue per tante famiglie. Pippo Calò in quella sezione comandava, “bastava un suo battere di mani per costringere al silenzio tutti gli altri detenuti” ricorda uno dei colleghi di Giuseppe. Liliana stando seduta tra gli studenti – la cui presenza è stata organizzata dalle referenti di Libera per la scuola, Susanna Scaduto e Linda Cacciatore - ascolta parlare il collega di Giuseppe ed ancora tutti gli ospiti alla manifestazione, i magistrati Andrea Tarondo e Piero Grillo,il direttore del carcere di San Giuliano, Renato Persico, i referenti di Libera, Salvatore Inguì, provinciale, Lucia Calì, a nome dei familiari delle vittime, Gisella Mammo Zagarella, referente a Trapani, il vice sindaco di Erice, Daniela Toscano, il rappresentante del prefetto, il capo di gabinetto Umberto Massocco. Il momento più importante è quello in cui il giudice Piero Grillo, presidente della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale, a nome del presidente del Tribunale, Rosario De Simone, annuncia l’intestazione dell’aula bunker a Giuseppe Montalto. La proposta da tempo era stata portata avanti da Libera e dal sindaco di Erice Giacomo Tranchida, finalmente è stata accolta. In quest’aula sono stati processati e condannati mandanti ed esecutori del delitto di Giuseppe Montalto, un delitto che la mafia puntava a fare restare impunito, ma le indagini della squadra Mobile di Trapani presto squarciarono il velo che copriva l’omicidio, e quando le indagini andarono avanti la mafia non tardò da parte sua a fare svelare il perché di quel delitto, quasi a volere ancora una volta uccidere, angosciante la motivazione dell’omicidio di Giuseppe Montalto, “una morte che fu un regalo di Natale”. Erano i mesi di una trattativa tra Stato e Mafia, una trattativa della quale si sente parlare proprio in questi giorni, pezzi dello Stato che parlavano con Cosa nostra, la mafia che voleva fosse affievolito il regime del carcere duro. Giuseppe Montalto lavorava al 41 bis e doveva essere una morte che doveva costringere lo Stato a trattare, ucciso Giuseppe quasi un centinaio di detenuti al 41 bis ebbero revocato quel carcere duro. “E’ accaduto – ha commentato Salvatore Inguì – che mentre c’era uno Stato che piangeva quel suo caduto, un’altra parte dello Stato concedeva ai mafiosi ciò che con quel delitto avevano chiesto”. “La trattativa tra Stato e mafia ha riguardato anche la provincia di Trapani – ha sottolineato il pm Andrea Tarondo che fu pubblica accusa durante il processo per il delitto di Giuseppe Montalto - Anche qui una parte delle istituzioni ha creduto di potere venire a compromesso con Cosa Nostra, altri delitti avvenuti in quegli anni in questa provincia, andrebbero riletti e approfonditi. Ricordo che quel processo riguardava anche il tentato omicidio dell’oggi questore Rino Germanà, l’attentato ad un funzionario di Polizia, Anna Maria Mistretta. Ecco noi qui processavamo mandanti ed autori di quegli atti omicidi ari e criminosi, e nel mentre c’era chi anche da queste parti conduceva trattative, personaggi delle istituzioni, uomini della politica, boss mafiosi”. “L’intitolazione dell’aula avverrà il prossimo 25 gennaio – ha spiegato il giudice Piero Grillo – in coincidenza del 30° anniversario di un altro delitto quello del sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto, anniversario che vedrà la presenza del ministro della Giustizia Paola Severino. C’è un filo – ha detto il giudice Grillo – che unisce Ciaccio Montalto a Giuseppe Montalto. Ciaccio Montalto fu ucciso anche perché aveva deciso di fare arrestare un boss mafioso che per sfregio aveva organizzato un gavettone dentro al carcere ai danni di un agente di polizia penitenziaria, questo boss così voleva far capire quanto poco valeva il lavoro di quell’agente che impunemente poteva essere deriso, Ciaccio Montalto invece sancì che quell’agente valeva molto di più del boss mafioso che per il suo gesto andava punito con un processo. Giuseppe Montalto è morto proprio per avere difeso l’integrità della divisa che indossava, non sottraendosi al suo dovere quando bloccò lo scambio di un pizzino tra boss mafiosi che giammai per il 41 bis potevano entrare in contatto”. E quindi il giudice Grillo ha aggiunto: «Se ognuno di noi fa il proprio dovere non ci sarà più bisogno di eroi. Il sacrificio del collega Gian Giacomo Ciaccio Montalto, di Giuseppe e di tanti altri ci ha consentito di beneficiare di un grosso spazio di libertà ma ora è giunto il momento che tutti ci impegniamo». La cerimonia è iniziata con un video con le parole dense di significato, inserite in un video realizzato dall’Istituto Alberghiero Florio di Erice, della figlia Federica dedicate al padre Giuseppe Montalto : “Caro Papà, mi manchi. Siamo stati insieme per pochi mesi e non mi ricordo niente di te. Ho imparato a conoscerti solo attraverso i racconti della mamma che mi diceva molte cose belle sulla nostra vita insieme. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e trascorrere dei bei momenti con te, come tutti i papà fanno con i propri figli. Ma questo non ci è stato permesso perché ti hanno portato via da me quando ancora non potevo capire cosa stavo succedendo. Non mi ricordo il momento in cui hanno detto che non c’eri più e sono cresciuta con il vuoto della tua assenza. Quella sera quando te ne sei andato, io la mamma e Ilenia, che era nella sua pancia, abbiamo corso un grande pericolo e tu sei morto per salvarci. Tante volte mi sono chiesta perché ti hanno portato via da me e a questa domanda non ho mai saputo rispondere. La mia vita con te sarebbe stata più facile perché è molto difficile crescere senza un padre. Ogni volta che ti penso, ti immagino felice e sorridente, come nelle poche foto che abbiamo insieme. Per quello che sei stato, ti voglio bene e sei il mio eroe”. Federica con la sorella Ylenia, che era nel grembo della madre quando suo padre fu ucciso, però hanno preferito non esserci nell’aula bunker e nemmeno domenica 23 dicembre nella piazza di Palma, a pochi metri dal luogo dove Giuseppe fu ucciso. Silenzio e distacco sono i comportamenti delle due ragazze perfettamente comprensibile per il dolore che si porteranno sempre dentro. Liliana Riccobene rimasta in silenzio, assieme al cognato Giuseppe Montalto – hanno ricevuto una targa ricordo da parte dell’Uisp per il torneo di pallavolo giunto alla decima edizione e che porta il nome di Giuseppe – ha preferito parlare domenica durante la breve cerimonia di commemorazione: “Giuseppe amava questa piazza – ha detto – veniva qui da giovane a trascorrere il tempo libero, certamente non pensava mai che questa piazza un giorno potesse portare il suo nome, ma questo è purtroppo successo. Sono felice del ricordo dedicato a mio marito ma non posso dimenticare la maniera violenta con la quale 17 anni addietro la mafia ha fatto ingresso nella mia famiglia, distruggendo tutto, progetti, propositi, Giuseppe non voleva essere un eroe ma un uomo libero. Spero – ha continuato Liliana Riccobene – che un giorno al mio fianco in questa giornata possano esserci le mie figlie”. Vorremmo tutti che quel giorno fosse quanto mai vicino, e che possa anche sancire se non la sconfitta della mafia, la rappresentazione vera di una società civile sempre più impegnata nella rivolta contro il potere mafioso. Il sindaco di Trapani, Vito Damiano, presente domenica alla cerimonia, ha auspicato una partecipazione più sentita e partecipata dei giovani a queste manifestazioni, “i giovani debbono capire a fondo che oggi si sta meglio grazie a persone come Giuseppe che hanno dato la vita per difendere lo Stato”. Parole encomiabili, ma vorremmo anche che oggi assieme ai giovani a comprendere quello che è successo siano i politici che spesso sembrano invece muoversi in direzioni opposta a quella auspicata, sottovalutando l’incredibile potere che ancora oggi la mafia possiede. “Noi stiamo lavorando nella direzione di fare crescere la consapevolezza di quello che è successo e di quello che ogni giorno succede – ha detto Salvatore Inguì – lavoriamo con le scuole e gli studenti vorremmo lavoraree di più e meglio anche con gli adulti ed i politici, soprattutto qui a Trapani, perché il sacrificio di Giuseppe e di tanti altri non risultino alla fine vani”. Corresponsabilità e il Noi, sono le parole che debbono prevalere contro le mafie.

    Sono presenti 0 commenti

    Inserisci un commento



    ___________________________________________________________________________________________
    Testata giornalistica iscritta al n. 5/11 del Registro della Stampa del Tribunale di Pisa
    Proprietario ed Editore: Fabio Gioffrè
    Sede della Direzione: via Socci 15, Pisa